La Cassazione ha stabilito che il saluto romano è apologia del fascismo solo se idoneo a riorganizzare il partito
Già nel gennaio 2024, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno tracciato un confine rimasto a lungo incerto: quando un saluto romano diventa apologia del fascismo? La risposta non sta nella forma del braccio teso, ma nel contesto: una «chiamata del presente», un gruppo che risponde, un rito che evoca il disciolto partito fascista. È quanto si legge nel sito ufficiale della Corte di Cassazione, dove si dà conto della questione penale decisa all’udienza del 18 gennaio 2024 sul ricorso R.G. n. 16103/2023, relatore G. Andreazza.
Il principio delle Sezioni Unite: gesto, rito e pericolo
La decisione non nasce nel vuoto: è la risposta a un ricorso che chiedeva di stabilire quale norma applicare a gesti di chiara matrice fascista. Il principio di diritto è netto: la condotta della «chiamata del presente» e del «saluto romano» integra il delitto previsto dall’articolo 5 della legge 20 giugno 1952, n. 645, ove, avuto riguardo a tutte le circostanze del caso, sia idonea a integrare il concreto pericolo di riorganizzazione del disciolto partito fascista.
Non si tratta però di un’alternativa secca: a determinate condizioni può configurarsi anche il delitto previsto dall’articolo 2 del decreto-legge 26 aprile 1983, convertito, con modificazioni, nella legge 25 giugno 1993, n. 205. Tra i due delitti non sussiste rapporto di specialità e possono concorrere sia materialmente sia formalmente. Il punto dirimente non è mai il gesto in sé, ma la sua idoneità a creare un pericolo concreto di riorganizzazione del partito fascista.
La scelta di non riconoscere un rapporto di specialità tra i due delitti ha una conseguenza concreta sul piano processuale: le due fattispecie possono essere contestate insieme, senza che l’una escluda l’altra. Il giudice è chiamato a verificare, caso per caso, se il comportamento concreto — la «chiamata del presente», la risposta del gruppo, il contesto commemorativo — sia in grado di creare un pericolo di riorganizzazione del disciolto partito fascista, piuttosto che fermarsi alla sola valenza simbolica del gesto.
Da Acca Larentia alla rimessione: una questione lunga quasi cinquant’anni
Per capire il principio serve tornare al luogo che ha dato origine a tutto. Acca Larentia è una via incastonata tra l’Appia e la Tuscolana dove aveva sede una storica sezione del Movimento Sociale Italiano. Il 7 gennaio 1978, in quella stessa via, due giovani militanti del partito furono uccisi in un agguato mentre si preparavano a uscire dalla sede per un volantinaggio. Da quel fatto di sangue il passo alla questione di diritto è breve: la I Sezione della Corte di Cassazione, con l’ordinanza del 6 settembre 2023, n. 38686, ha rimesso alle Sezioni Unite la questione se il saluto fascista integri il reato di cui all’articolo 2 del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, ovvero quello previsto dall’articolo 5 della legge 30 giugno 1952, n. 645.
Le conseguenze operative: quale reato contestare e perché
Ora che il principio è chiaro, resta da applicarlo. La decisione non lascia solo un precedente: indica anche come muoversi. Le Sezioni Unite hanno annullato la condanna di 8 persone che avevano fatto il saluto romano durante un corteo commemorativo di estrema destra a Milano nel 2016, disponendo un nuovo processo di appello. Il reato da contestare, in relazione al saluto romano, è quello di apologia del fascismo previsto dall’articolo 5 della legge Scelba del 1952.
La decisione, come riportato dal servizio di Sky TG24, stabilisce criteri che distinguono i saluti romani come espressione individuale da quelli di carattere generale, con più persone che richiamano tutti i segni e i rituali di tipo fascista e che possono essere letti come ricostituzione del partito fascista.
Il messaggio finale non è punire il gesto in sé, ma riconoscere quando un rito collettivo diventa un pericolo concreto per l’ordine democratico.
La sentenza non reprime la memoria, ma traccia un confine: il saluto romano non è reato soltanto per la sua forma, ma per il contesto che evoca una riorganizzazione fascista. Per chi manifesta e per chi giudica ora esistono criteri più chiari per distinguere il gesto individuale dal rito collettivo pericoloso.