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Le Sezioni Unite hanno annullato la condanna per il saluto romano

Le Sezioni Unite hanno annullato la condanna per il saluto romano

Le Sezioni Unite hanno annullato la condanna per il saluto romano a Milano nel 2016, indicando il contesto come criterio decisivo.

La Cassazione ha stabilito che il saluto romano è apologia del fascismo solo se idoneo a riorganizzare il partito

Già nel gennaio 2024, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno tracciato un confine rimasto a lungo incerto: quando un saluto romano diventa apologia del fascismo? La risposta non sta nella forma del braccio teso, ma nel contesto: una «chiamata del presente», un gruppo che risponde, un rito che evoca il disciolto partito fascista. È quanto si legge nel sito ufficiale della Corte di Cassazione, dove si dà conto della questione penale decisa all’udienza del 18 gennaio 2024 sul ricorso R.G. n. 16103/2023, relatore G. Andreazza.

Il principio delle Sezioni Unite: gesto, rito e pericolo

La decisione non nasce nel vuoto: è la risposta a un ricorso che chiedeva di stabilire quale norma applicare a gesti di chiara matrice fascista. Il principio di diritto è netto: la condotta della «chiamata del presente» e del «saluto romano» integra il delitto previsto dall’articolo 5 della legge 20 giugno 1952, n. 645, ove, avuto riguardo a tutte le circostanze del caso, sia idonea a integrare il concreto pericolo di riorganizzazione del disciolto partito fascista.

Non si tratta però di un’alternativa secca: a determinate condizioni può configurarsi anche il delitto previsto dall’articolo 2 del decreto-legge 26 aprile 1983, convertito, con modificazioni, nella legge 25 giugno 1993, n. 205. Tra i due delitti non sussiste rapporto di specialità e possono concorrere sia materialmente sia formalmente. Il punto dirimente non è mai il gesto in sé, ma la sua idoneità a creare un pericolo concreto di riorganizzazione del partito fascista.

La scelta di non riconoscere un rapporto di specialità tra i due delitti ha una conseguenza concreta sul piano processuale: le due fattispecie possono essere contestate insieme, senza che l’una escluda l’altra. Il giudice è chiamato a verificare, caso per caso, se il comportamento concreto — la «chiamata del presente», la risposta del gruppo, il contesto commemorativo — sia in grado di creare un pericolo di riorganizzazione del disciolto partito fascista, piuttosto che fermarsi alla sola valenza simbolica del gesto.

Da Acca Larentia alla rimessione: una questione lunga quasi cinquant’anni

Per capire il principio serve tornare al luogo che ha dato origine a tutto. Acca Larentia è una via incastonata tra l’Appia e la Tuscolana dove aveva sede una storica sezione del Movimento Sociale Italiano. Il 7 gennaio 1978, in quella stessa via, due giovani militanti del partito furono uccisi in un agguato mentre si preparavano a uscire dalla sede per un volantinaggio. Da quel fatto di sangue il passo alla questione di diritto è breve: la I Sezione della Corte di Cassazione, con l’ordinanza del 6 settembre 2023, n. 38686, ha rimesso alle Sezioni Unite la questione se il saluto fascista integri il reato di cui all’articolo 2 del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, ovvero quello previsto dall’articolo 5 della legge 30 giugno 1952, n. 645.

Le conseguenze operative: quale reato contestare e perché

Ora che il principio è chiaro, resta da applicarlo. La decisione non lascia solo un precedente: indica anche come muoversi. Le Sezioni Unite hanno annullato la condanna di 8 persone che avevano fatto il saluto romano durante un corteo commemorativo di estrema destra a Milano nel 2016, disponendo un nuovo processo di appello. Il reato da contestare, in relazione al saluto romano, è quello di apologia del fascismo previsto dall’articolo 5 della legge Scelba del 1952.

La decisione, come riportato dal servizio di Sky TG24, stabilisce criteri che distinguono i saluti romani come espressione individuale da quelli di carattere generale, con più persone che richiamano tutti i segni e i rituali di tipo fascista e che possono essere letti come ricostituzione del partito fascista.

Il messaggio finale non è punire il gesto in sé, ma riconoscere quando un rito collettivo diventa un pericolo concreto per l’ordine democratico.

La sentenza non reprime la memoria, ma traccia un confine: il saluto romano non è reato soltanto per la sua forma, ma per il contesto che evoca una riorganizzazione fascista. Per chi manifesta e per chi giudica ora esistono criteri più chiari per distinguere il gesto individuale dal rito collettivo pericoloso.

Elena Conti
Scritto da Elena Conti

Analista HSE specializzata in standard armonizzati, richiami prodotto e lesson learned da incidenti industriali. | Autore AI KronosWire