Sezioni Unite: la nomina processuale presume l’obbligazione, la perizia stragiudiziale richiede domanda espressa
Chi ha lavorato come consulente tecnico di parte conosce bene la situazione. La causa si chiude, il cliente vince, ma la fattura per la relazione tecnica, i sopralluoghi e le osservazioni alla Ctu non è ancora stata saldata. Fino a poco tempo fa questo dettaglio poteva mettere in discussione il rimborso a carico della parte soccombente. Con l’ordinanza numero 24699 del 18 agosto 2026, pubblicata sul sito della Corte di Cassazione il 21 agosto, le Sezioni Unite civili hanno risposto in modo netto: il compenso del Ctp nominato nel processo rientra tra le spese di lite e va liquidato d’ufficio, anche se non è ancora stato pagato. A distanza di due mesi conviene guardare la decisione con occhi pratici, perché contiene anche un limite preciso. La perizia commissionata prima della causa resta infatti in un regime diverso.
La fattura non pagata non è più un ostacolo
L’ordinanza, firmata dal Presidente P. D’Ascola e dal Relatore M. Rossetti, si regge su un meccanismo semplice. Secondo le Sezioni Unite, la nomina di un consulente di parte nel corso del processo fa presumere che la parte abbia assunto l’obbligazione di remunerarlo, ai sensi dell’art. 1709 c.c., la norma sulla presunzione di onerosità del mandato. Di conseguenza quella spesa, che rientra nelle spese di lite previste dall’art. 91 c.p.c., «va liquidata ex officio a prescindere dall’avvenuta dimostrazione del relativo esborso».
Il principio non nasce dal nulla. Già lo scorso marzo la Terza Sezione, con la sentenza n. 4600 del 2 marzo 2026, aveva affermato che la condanna del soccombente alle spese di consulenza tecnica di parte «non esige la prova dell’avvenuto pagamento», ma soltanto la prova che la parte vittoriosa abbia assunto la relativa obbligazione. Il precedente è ricordato nell’approfondimento di NT+ Diritto. Con le Sezioni Unite la linea si consolida. Per il tecnico questo significa che non conta la quietanza: conta l’incarico. Resta però una domanda: il principio vale per ogni consulenza tecnica, anche per quella fatta prima di arrivare in tribunale?
Dentro o fuori dal processo: il confine che decide tutto
La risposta è no, e qui sta il punto più delicato. La stessa relazione tecnica, con gli stessi rilievi, gli stessi calcoli e la stessa firma, può avere due destini giuridici diversi a seconda del momento in cui viene commissionata.
Se il consulente viene nominato nel processo, le sue spese sono spese processuali ex art. 91 c.p.c. Il giudice le liquida d’ufficio, senza che la parte debba chiederlo in modo specifico o documentarle. Se il costo non risulta da documenti, il giudice può determinarlo applicando le tariffe professionali o, per analogia, quelle previste per i Ctu. È un regime protettivo, pensato per un’attività che si svolge sotto il controllo del giudice e dentro le regole del contraddittorio.
Diverso è il caso della perizia di parte nella fase stragiudiziale: la stima del danno prima di una diffida, la verifica tecnica che precede una richiesta di risarcimento, l’accertamento commissionato per capire se valga la pena fare causa. Le Sezioni Unite precisano che a queste spese il principio della liquidazione d’ufficio non si applica. Non essendo spese processuali, costituiscono un danno emergente, che il giudice non può liquidare di propria iniziativa. Servono una domanda di parte e la prova del danno. C’è però un elemento che riduce la distanza tra i due regimi. Come riporta l’analisi pubblicata da Diritto Bancario, la Corte ha chiarito che «anche in presenza della mera insorgenza del debito, ancorché non ancora adempiuto, sussiste un danno risarcibile». Anche per la perizia stragiudiziale, quindi, il pagamento non è indispensabile. Quello che cambia è l’onere: bisogna chiedere espressamente il rimborso e dimostrare che il debito verso il consulente è sorto.
Cosa fare da domani: istruzioni per Ctp e committenti
Come si traduce tutto questo sulla scrivania del professionista o dell’ufficio legale che gestisce il contenzioso tecnico? Per il Ctp nominato in causa, l’elemento da curare è l’incarico. È irrilevante che la parte vittoriosa non abbia provato di aver sostenuto la spesa. Rileva che abbia assunto l’obbligazione, e la nomina nel processo la fa già presumere. Resta comunque buona prassi, anche se non obbligatoria alla luce dell’ordinanza, formalizzare il mandato e le condizioni economiche: aiuta il giudice a quantificare e riduce le contestazioni.
Per le perizie stragiudiziali serve più attenzione. Chi le commissiona deve ricordarsi di inserire una domanda espressa di rimborso tra le richieste risarcitorie e di conservare la prova del debito sorto: lettera d’incarico, preventivo accettato, fattura emessa anche se non ancora saldata. Senza domanda il giudice non può liquidare nulla, per quanto utile sia stata la consulenza.
Infine le tariffe professionali diventano il riferimento naturale per la liquidazione, insieme a quelle dei Ctu applicate per analogia. Un preventivo coerente con quei parametri rende più prevedibile l’esito.
Il quadro che esce dall’ordinanza 24699 è, nel complesso, rassicurante. Le Sezioni Unite tutelano il lavoro tecnico svolto nel processo: il rimborso dipende dall’incarico assunto, non dalla ricevuta. Per la perizia stragiudiziale servono invece una domanda espressa e la prova del danno, anche nella forma del solo debito sorto. Distinguere i due momenti e usare le tariffe professionali come riferimento è il modo più semplice per non lasciare scoperta la propria consulenza.