Epco Energy Solutions condannata dopo i controlli: i certificati elettronici non corrispondevano agli impianti reali
Uno specialista elettrico dell’Health and Safety Executive (HSE) mette a confronto i certificati con gli impianti di due autolavaggi a Runcorn e scopre che i dati non corrispondono. Sulla carta tutto sembrava in ordine: documenti generati con un software protetto da password e firmati elettronicamente dal direttore. Sul posto, però, gli impianti descritti non esistevano. Da questa discrepanza è partito il procedimento che, come riporta il comunicato pubblicato da HSE nei giorni scorsi, si è chiuso con la condanna di Epco Energy Solutions Limited per aver fornito certificati di sicurezza elettrica falsi.
Il certificato che non corrispondeva all’impianto
Tutto nasce da un’indagine congiunta. Gli ispettori dell’HSE, insieme alla polizia del Cheshire, al Trading Standards e alle autorità per l’immigrazione, hanno esaminato l’attività di due autolavaggi a mano di Runcorn: Super Hand Car Wash, su Halton Road, e Top Star Hand Car Wash, su Bridge Street. Nel corso degli accertamenti sono finiti sotto esame anche i certificati elettrici dei due siti. Uno degli ispettori elettrici specializzati dell’HSE ha confrontato quanto dichiarato nei documenti con quanto trovato sul posto. I dettagli riportati non corrispondevano alle installazioni.
Il processo si è svolto davanti al Warrington Magistrates Court. Lo scorso 2 settembre Epco Energy Solutions Limited è stata dichiarata colpevole di violazione della sezione 3(1) dell’Health and Safety at Work etc. Act 1974. La sanzione è arrivata il 22 ottobre, la scorsa settimana, davanti allo stesso tribunale: una multa di 20.000 sterline e il pagamento integrale dei costi, pari a 15.239 sterline. Resta però un punto tecnico da chiarire. Come può un certificato generato da un software protetto e firmato elettronicamente risultare privo di valore?
Anatomia di una falsa conformità
Il problema non era la forma del certificato. La forma era l’unica cosa che c’era. Secondo quanto riferito da NICEIC, i certificati erano stati prodotti con un software protetto da password e firmati elettronicamente con la firma del solo direttore di Epco, Mohammed Naeem. Sono tutti elementi che a una lettura superficiale trasmettono affidabilità: tracciabilità informatica, accesso riservato, firma identificabile. Nessuno di questi elementi, però, garantisce che i dati inseriti descrivano l’impianto reale. Un documento di conformità attesta uno stato di fatto. Se quello stato di fatto non è stato verificato, il rigore formale serve solo a rendere il falso più credibile.
Anche la firma unica merita attenzione. Una sola persona concentrava su di sé tutta la responsabilità del documento, e a quella responsabilità non corrispondeva alcuna verifica indipendente. A questo si aggiunge il peso dei marchi di qualificazione. Come ricorda un’analisi di Voltimum sull’uso improprio del logo NICEIC, quel logo è riconosciuto dal pubblico come marchio di eccellenza e gli installatori lo usano per promuovere la qualità del proprio lavoro. È proprio questa fiducia diffusa a rendere grave la falsificazione: il marchio sostituisce, agli occhi di chi lo vede, il controllo diretto. La stessa fonte osserva inoltre che gli elettricisti fraudolenti hanno una probabilità molto maggiore di produrre lavori scadenti o attivamente pericolosi. Il certificato falso, quindi, non è un difetto documentale fine a sé stesso. Spesso indica che anche il lavoro sottostante è carente.
La posta in gioco nel settore si capisce da un episodio distinto dal caso Epco, che non va confuso con esso. Un’inchiesta di The Conversation sugli autolavaggi a mano riporta la morte di un lavoratore di un autolavaggio manuale, folgorato mentre faceva la doccia perché il suo datore di lavoro bypassava il contatore elettrico. È l’esito estremo di impianti manomessi e non controllati. Ed è la ragione per cui la corrispondenza tra documento e realtà non è un dettaglio formale. Resta da capire chi debba fare cosa perché la conformità sia verificabile.
Tre mosse e una timeline, in un settore senza capofila
Il quadro di controllo non aiuta. Secondo la guida della Local Government Association sugli autolavaggi a mano, il regime normativo del settore è complesso: coinvolge diverse agenzie e diversi regolamenti, senza un’unica organizzazione capofila. Il caso di Runcorn lo conferma, perché sono servite quattro autorità per arrivare ai certificati. In un contesto così frammentato, la catena del falso si interrompe solo se ciascun anello fa la propria parte.
Chi installa e certifica deve fare in modo che il documento rispecchi l’impianto effettivamente realizzato e ispezionato. Il caso dimostra che un’attestazione falsa può costituire una violazione della legge su salute e sicurezza. Prevedere una seconda verifica, invece di affidarsi a una sola firma, è una buona prassi organizzativa che riduce il rischio di errori e di abusi. Chi gestisce o utilizza l’impianto dovrebbe confrontare i certificati con ciò che c’è sul posto, senza fermarsi al logo stampato in intestazione. Il marchio dice chi dichiara di aver lavorato, non come è stato fatto il lavoro. Chi controlla ha in mano lo strumento che ha smascherato Epco: il confronto sul campo tra carta e impianto, condotto da personale tecnicamente competente.
La timeline del procedimento è semplice: verdetto di colpevolezza il 2 settembre 2026, sanzione di 20.000 sterline più 15.239 di costi il 22 ottobre 2026. Ne esce un principio che va oltre la singola condanna, ben espresso dal Responsible Car Wash Scheme, citato da Forecourt Trader a proposito delle licenze per gli autolavaggi: «è importante che i siti conformi siano riconosciuti e che il campo di gioco venga livellato con la rimozione degli operatori scorretti».
Non serve allarmismo. La conformità reale, documentata in modo coerente con l’impianto e verificabile, conviene anche sul piano operativo: protegge le persone, regge davanti a un ispettore e distingue chi lavora bene da chi prende scorciatoie. Il caso Epco ricorda che un certificato vale quanto la sua corrispondenza con la realtà.