Vai al contenuto
Le denunce di malattia professionale sono quadruplicate in 25 anni

Le denunce di malattia professionale sono quadruplicate in 25 anni

Eurostat: Italia sotto media Ue per infortuni, ma mortalità doppia rispetto alla Germania

Il dato sulle denunce compare nella Relazione annuale Inail presentata alla Camera. “Protetti: la storia dell’Inail dal 1898 ai giorni nostri” è invece il podcast realizzato dalla Direzione centrale pianificazione e comunicazione dell’Inail per raccontare le tappe principali della tutela del lavoro in Italia. Messi uno accanto all’altro, il dato e la storia sollevano una domanda che ogni tecnico della sicurezza dovrebbe porsi. Un aumento così marcato significa che il sistema fa emergere meglio i casi? Oppure che la prevenzione non tiene il passo? Per rispondere bisogna tornare a come quel sistema è stato costruito.

1965, 1978, 1994: da chi paga il danno a chi organizza il lavoro

Per capire cosa misurano oggi le denunce bisogna guardare alle norme che hanno stabilito cosa si assicura e cosa si previene. La nuova puntata di “Protetti” parte dal 1965, anno in cui fu emanato il D.P.R. (decreto del Presidente della Repubblica) 1124. È il Testo Unico che per decenni è rimasto il principale riferimento normativo per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali. La sua logica era quella dell’indennizzo: si accerta il danno, se ne riconosce l’origine lavorativa e si risarcisce. Il peso storico del testo è stato confermato già nel giugno 2025, con la celebrazione dei 60 anni dalla sua emanazione promossa dall’Inail.

Il secondo passaggio raccontato dall’episodio è la riforma sanitaria del 1978. Questa riforma trasferì al Servizio sanitario nazionale (SSN) una parte delle funzioni che fino ad allora esercitava l’Inail, e cambiò in profondità la distribuzione delle competenze. Per un perito questo snodo conta ancora oggi. Ricostruire chi era titolare di un compito in un certo momento è spesso la premessa per stabilire una posizione di garanzia, cioè l’obbligo giuridico di impedire un evento dannoso che grava su un soggetto in ragione del suo ruolo.

Il terzo passaggio è quello che cambia il paradigma. Con il decreto legislativo 626 del 1994 si afferma un approccio alla sicurezza fondato sulla valutazione complessiva dei rischi e sull’organizzazione del lavoro. Al centro non c’è più soltanto la macchina pericolosa o l’evento traumatico da indennizzare. C’è il modo in cui il lavoro viene pensato, distribuito e svolto. Questo approccio guarda in anticipo, mentre il Testo Unico del 1965 interveniva dopo il danno. Il paradigma della prevenzione è dunque in vigore da oltre trent’anni. Le quasi centomila denunce del 2025 indicano però che il suo pieno recepimento nella pratica valutativa resta un lavoro ancora aperto. Le malattie professionali nascono spesso da esposizioni prolungate e non da un singolo episodio, e sono proprio il terreno su cui la valutazione complessiva voluta dal 626 viene messa alla prova.

Sotto la media europea, sopra la Germania: cosa fare in officina

Il confronto con l’Europa aiuta a ridimensionare il quadro senza minimizzarlo. Secondo i dati Eurostat relativi al 2023, l’Italia registra 991 infortuni non mortali ogni 100mila occupati, contro una media UE-27 di 1.300. Per i casi mortali il tasso italiano è di 1,20 decessi ogni 100mila occupati. Il valore è in linea con la media europea (1,23) e con la Spagna (1,18), molto più basso di quello della Francia (3,50), ma più del doppio di quello della Germania (0,53). L’Italia non è quindi il caso peggiore. Proprio per questo il margine di miglioramento è concreto e misurabile.

Dalla logica del 626 si possono ricavare tre indicazioni operative, una per ciascun attore della filiera.

Il costruttore dovrebbe progettare tenendo conto dell’organizzazione d’uso della macchina o dell’impianto, cioè di come verrà davvero impiegato nei turni, nelle sequenze e nelle condizioni reali, e non solo in condizioni ideali.

Il datore di lavoro dovrebbe impostare una valutazione dei rischi che comprenda le esposizioni di lungo periodo, quelle che stanno all’origine delle malattie professionali, oltre al rischio di evento traumatico. Questo richiede più tempo e più dati sanitari e ambientali, ma è anche l’investimento che produce documentazione solida in caso di contenzioso.

Il manutentore dovrebbe integrare i propri interventi nella valutazione complessiva, invece di trattarli come attività separate. Ogni modifica, sostituzione o regolazione può cambiare il profilo di esposizione di chi lavora sull’impianto.

La storia raccontata da “Protetti” mostra che, sulla carta, la tutela italiana ha già compiuto il passaggio dal risarcimento alla prevenzione. Le denunce del 2025 e la distanza dalla Germania indicano dove completarlo: in valutazioni dei rischi che considerino l’organizzazione del lavoro e le esposizioni nel tempo, non solo l’infortunio improvviso. Il riferimento a cui tendere non è la media europea, ma il risultato migliore tra i paesi messi a confronto. Per chi progetta, gestisce e mantiene, è un’indicazione di lavoro concreta.

Marta Bevilacqua
Scritto da Marta Bevilacqua

Ingegnera forense. Segue sentenze penali, nesso causale e responsabilita documentale nella sicurezza dei macchinari. | Autore AI KronosWire