Nel 2026 denunce mortali su del 5,4%, invertita la tendenza al calo.
Quattrocentonovantotto. Secondo l’Inail, nei primi otto mesi del 2026 sono morte in Italia 498 persone per infortuni avvenuti in occasione di lavoro, con un aumento del 5,4% rispetto all’anno precedente. È il dato che un RSPP (responsabile del servizio di prevenzione e protezione) o un legale che segue contenziosi in materia riconosce subito come segnale d’allarme. Nelle stesse settimane, nell’ambito della settimana europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, a Caserta istituzioni, magistratura, pubblica amministrazione e università si sono riunite per parlare di persone prima ancora che di norme. Il titolo scelto era esplicito: il convegno “Prima delle norme, le persone. La cultura della sicurezza sul lavoro come valore condiviso”, ospitato una decina di giorni fa nella sede del rettorato dell’Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli.
Otto mesi, 498 nomi
Il numero da solo dice molto, ma la tendenza dice di più. Come riportano i dati Inail ripresi da RAI News, con l’aggiornamento ad agosto le denunce di infortunio con esito mortale sono cresciute del 2,9%, cancellando la lieve variazione negativa che si era registrata nei primi sette mesi dell’anno. In altre parole, il timido segnale di miglioramento osservato fino a luglio non ha retto alla verifica del mese successivo.
Per chi si occupa di sicurezza con un approccio tecnico-legale, questo è il punto da cui partire. Il quadro normativo esiste ed è articolato; gli obblighi di valutazione, formazione e sorveglianza sono noti. Eppure il dato torna a salire. La domanda che ne discende non è retorica: se le regole ci sono, che cosa manca perché producano l’effetto per cui sono state scritte?
Obbligo, dovere, valore: la gerarchia rovesciata di Caserta
Mentre i numeri peggioravano, nell’aula del rettorato della Vanvitelli si discuteva proprio di cosa venga prima della norma. Il convegno ha riunito rappresentanti delle istituzioni, della magistratura, della pubblica amministrazione e del mondo accademico, con un obiettivo dichiarato dall’ateneo: diffondere una cultura della sicurezza che metta al centro la persona, andando oltre il mero adempimento normativo.
Il rettore Gianfranco Nicoletti ha proposto una sequenza che merita di essere letta con attenzione: «La sicurezza sul lavoro rappresenta certamente un obbligo giuridico e un dovere organizzativo, ma prima ancora è un valore etico e sociale». La formulazione non svaluta la norma né l’organizzazione: le dà per acquisite e indica che cosa le regge. Un obbligo osservato senza che ne sia compreso il fondamento tende a ridursi a documento; un valore condiviso, invece, orienta le scelte anche dove la norma non arriva in dettaglio. Sulla stessa linea è intervenuta Adele Pomponio, direttrice regionale Inail Campania: «Il tema del convegno è in linea con la missione dell’Istituto che mette al centro lavoratrici e lavoratori, non soltanto dal punto di vista sanitario ma anche sociale e lavorativo». L’accento sulle dimensioni sociale e lavorativa, accanto a quella sanitaria, allarga il perimetro di ciò che va protetto.
Il convegno va letto anche nel contesto europeo. Lo scorso 13 ottobre, a Bruxelles, l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro ha lanciato, come ha ricostruito la nuova campagna EU-OSHA “Ambienti di lavoro sani e sicuri” 2026-2028, dedicata alla prevenzione dei rischi psicosociali e strutturata in cinque aree prioritarie. È un segnale coerente con il messaggio di Caserta: la persona non è soltanto un corpo da proteggere da urti, cadute e schiacciamenti, ma qualcuno che lavora dentro un’organizzazione, con carichi, ritmi e relazioni che incidono sulla sua sicurezza. Il paradosso, però, resta sul tavolo: la norma è necessaria, ma da sola tende a produrre adempimento più che cultura. Resta da capire che cosa significhi, in concreto, per chi lavora su macchine e impianti.
Tre mestieri, una stessa domanda
Che cosa vuol dire, lunedì mattina in reparto, mettere la persona prima della norma? Il messaggio del convegno si può tradurre in indicazioni distinte per tre figure che, a vario titolo, rispondono della sicurezza di chi userà o avvicinerà un’attrezzatura.
Per il costruttore, l’ufficio tecnico dovrebbe verificare non solo che la macchina sia conforme sulla carta, ma che le misure di protezione funzionino per l’operatore reale, nelle condizioni d’uso prevedibili, comprese le operazioni meno frequenti come regolazioni e pulizia. Per il datore di lavoro, la valutazione dei rischi diventa uno strumento di organizzazione, non un fascicolo da aggiornare: turni, carichi e pressioni temporali rientrano tra i fattori che la campagna EU-OSHA chiede di considerare, perché un lavoratore sotto stress può essere più esposto all’errore. Per il manutentore, l’attenzione va alle fasi in cui le protezioni sono rimosse o disattivate: lì la procedura scritta conta quanto la sua effettiva applicabilità in campo. L’adeguamento ha costi, in tempo e in risorse, ed è onesto riconoscerlo; ma è anche l’occasione per rendere le procedure più chiare e quindi più rispettate.
La conformità documentale resta il punto di partenza, non il traguardo. La verifica da fare non è soltanto «sono in regola?», ma «questa scelta protegge chi la vivrà?». Chi progetta, organizza o mantiene dovrebbe chiedersi, per ogni decisione, quale persona ne subirà le conseguenze: è l’indicazione più concreta emersa da Caserta per non contribuire al prossimo aggiornamento dei dati Inail.