Lo scorso 23 settembre, presso la Torre del Lloyd di Trieste si è svolto il convegno «Il porto che innova la sicurezza». Il bilancio presentato non è fatto di modelli astratti, ma di tecnologie provate in banchina: esoscheletri occupazionali, barriere laser modulari, dispositivi di visione avanzata e sistemi per rilevare i near miss. L’evento ha concluso il percorso realizzato nell’ambito dell’Accordo attuativo del Protocollo d’intesa INAIL-Ministero dei Trasporti-Assoporti per il periodo 2023-2026.
Dalla ricerca alla banchina: cosa è stato sperimentato
Ma che cosa è stato realmente testato nel porto di Trieste? Esoscheletri, barriere laser modulari, dispositivi di visione avanzata e sistemi per rilevare i near miss sono alcune delle soluzioni sperimentate nel porto di Trieste nell’ambito dei progetti dedicati alla sicurezza del lavoro portuale. Il progetto «CONDIVIDO» ha previsto attività di studio e sperimentazione di strumenti integrati per monitorare i quasi infortuni, i cosiddetti near miss. Il progetto «SAFETY 4.0» ha consentito di sperimentare nelle aree portuali barriere laser modulari, dispositivi di visione avanzata e di avviare l’addestramento con simulatore per le attività negli ambienti confinati. Il progetto «ERGONOMIA dei mestieri del Porto» ha approfondito le problematiche ergonomiche associate a compiti caratterizzati da movimentazione manuale dei carichi e assunzione di posture incongrue, realizzando una sperimentazione di esoscheletri occupazionali per la riduzione del sovraccarico biomeccanico e il miglioramento del benessere lavorativo.
Non si tratta di esperimenti isolati. Già nel settembre 2017, presso il Magazzino 26 del Porto Vecchio di Trieste si teneva il convegno nazionale «Piani mirati di prevenzione e buone prassi – strumenti per il miglioramento della sicurezza nel lavoro portuale», con enti promotori quali l’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale, INAIL Regione FVG, INAIL DiMEILA Roma e ASUITS. Sul fronte degli esoscheletri, fin dal dicembre 2023 l’Autorità Portuale di Livorno ha condotto insieme a IUVO, azienda spin-off della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, e a Comau uno studio pilota — tra i primi realizzati in Europa e nel mondo — per l’adozione degli esoscheletri MATE-XT e MATE-XB, progettati dalle due aziende.
Il percorso triestino, insomma, si inserisce in una stagione più lunga di attenzione alla sicurezza del lavoro portuale. Ma resta da capire come questi strumenti possano entrare stabilmente nelle routine dei lavoratori portuali, oltre le prove condotte in banchina.
Prevenzione 4.0: cosa cambia per chi lavora in porto
Se la tecnologia è pronta, il valore sta nell’uso quotidiano: qui entrano in gioco i progetti realizzati nell’ambito dell’Accordo INAIL-Ministero dei Trasporti-Assoporti. Il riferimento non è soltanto nazionale: già nel 2018 era stata pubblicata la versione in lingua italiana dell’edizione inglese del Codice ILO 2016. Un quadro internazionale che i progetti triestini hanno tradotto in pratica sul campo.
Per chi lavora in banchina, il cambiamento è concreto: si passa dalla conformità formale alla prevenzione attiva. CONDIVIDO sposta l’attenzione dagli infortuni già avvenuti ai near miss, i segnali deboli che li precedono. SAFETY 4.0 porta in banchina barriere laser modulari, dispositivi di visione avanzata e addestramento con simulatore per gli ambienti confinati. ERGONOMIA introduce l’esoscheletro occupazionale come strumento per ridurre il sovraccarico biomeccanico. È la differenza tra un porto che si limita a registrare indicatori di conformità e uno che costruisce, dentro il turno di lavoro, le condizioni per intercettare prima l’evento avverso. Il convegno ha chiuso il ciclo di attività sviluppato nel periodo 2023-2026: resta aperta la domanda su come trasferire queste soluzioni nelle procedure ordinarie.
Oltre il convegno: il banco di prova delle procedure
Dai risultati alla routine: la fase successiva è già delineata. Gli enti coinvolti hanno indicato che occorrerà valutare come trasferire le soluzioni sperimentate nelle procedure operative ordinarie e nei programmi di prevenzione del lavoro portuale. Non basterà un documento: servirà che ogni procedura di banchina e ogni istruzione operativa incorpori questi strumenti come parte del lavoro quotidiano. Il vero banco di prova non è il convegno, ma il prossimo turno in banchina.
Il porto di Trieste ha dimostrato che innovare la sicurezza è possibile e che le tecnologie sono mature. Ora la vera sfida è trasformare le sperimentazioni in abitudine quotidiana per ogni lavoratore portuale.