Nel 2024 il 27,3% degli infortuni femminili è avvenuto in itinere, contro il 15,7% degli uomini
Lo scorso 9 settembre, alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, è stato presentato il cortometraggio “Percorsi di cioccolato”, realizzato dalla Direzione regionale Inail Veneto in collaborazione con la Direzione centrale pianificazione e comunicazione dell’Istituto. Proiettato nello spazio eventi della Regione Veneto e della Veneto film commission, il film racconta la Cioccolateria Sociale Nina Kakaw di Belluno. A prima vista sembra una storia di riscatto artigianale; per chi si occupa di sicurezza sul lavoro e di reinserimento, è invece un documento tecnico su come si progetta un intervento partendo dalle persone. Le donne che lavorano il cioccolato sono lì perché un infortunio sul lavoro o una malattia professionale ha cambiato loro la vita.
Dal red carpet al laboratorio: il fatto
Il film non si limita a mostrare una cioccolateria. La realtà nata nel cuore del centro storico di Belluno il 23 ottobre 2021, la Cioccolateria Sociale Nina Kakaw, mira a creare opportunità di formazione e inserimento lavorativo per donne in situazioni di fragilità socio-economica, costruendo una filiera che collega l’Italia, dove avviene la lavorazione, all’Amazzonia ecuadoriana, da cui proviene il cacao. Già nel 2021, quindi, il progetto aveva un doppio impatto: empowerment sociale ed economico in Italia e in Ecuador, attraverso una filiera etica, inclusiva e sostenibile.
“Percorsi di cioccolato” nasce dentro “Ricomincio da me”, l’iniziativa della Direzione regionale Inail Veneto che, tramite un questionario online, ha approfondito i bisogni e i desideri delle donne che hanno vissuto un infortunio sul lavoro o una malattia professionale, per favorire in modo più calibrato i loro percorsi di reinserimento sociale e lavorativo. A Belluno, tra gennaio e aprile, le partecipanti hanno preso parte a dieci incontri dedicati alla lavorazione del cioccolato. La Camera di Commercio di Treviso-Belluno descrive Nina Kakaw come una Cioccolateria Sociale che nasce dal desiderio di coinvolgere contemporaneamente i piccoli produttori e produttrici di cacao dell’Ecuador e le donne in situazioni di fragilità in Italia.
Fin qui una storia di riscatto. Ma perché l’Inail racconta proprio questo? La risposta sta nei numeri.
Il dato che dà senso al film
Il contesto tecnico arriva dal Dossier donne 2026 dell’Inail. Già nel 2024, i numeri rivelano una disparità che gli interventi standard faticano a cogliere. La quota di infortuni in itinere sul totale degli infortuni femminili è arrivata al 27,3%, contro il 15,7% degli uomini; appena due anni prima, nel 2022, era al 17,2%, poi salita al 26,6% nel 2023. In altre parole, per le lavoratrici il tragitto casa-lavoro è diventato un fronte di rischio molto più rilevante che per i colleghi. E non è l’unico dato: nel 2024 l’incidenza degli infortuni con esito mortale tra le lavoratrici è stata del 38,1% (37 casi su 97), mentre per gli uomini si è fermata al 23,7% (265 su 1.118).
Per un responsabile del servizio di prevenzione e protezione (RSPP) o per chi progetta misure di prevenzione, questa differenza non è un dettaglio statistico. Se il rischio in itinere pesa oltre dieci punti percentuali in più sulle donne, una formazione pensata per un lavoratore-tipo maschio, in fabbrica, rischia di mancare il bersaglio. Allo stesso modo, un percorso di reinserimento che non interroga i bisogni reali delle lavoratrici infortunate produce piani formali ma poco aderenti alla vita concreta.
“Ricomincio da me” parte da qui: non da un pacchetto preconfezionato, ma da un questionario online. È un passaggio metodologico che merita attenzione, perché inverte la logica: prima si ascolta, poi si progetta.
Tre lezioni per non sprecare il progetto
Ecco il punto: un cortometraggio non salva nessuno se resta un titolo di coda. La proiezione veneziana ha valore operativo solo se chi si occupa di prevenzione e reinserimento ne trae indicazioni concrete. La prima lezione è partire dai bisogni reali. L’Inail Veneto non ha deciso a tavolino che le donne infortunate dovessero lavorare il cioccolato: ha usato un questionario per capire cosa desiderassero e di cosa avessero bisogno dopo l’infortunio o la malattia professionale. È un principio trasferibile a qualunque piano di reinserimento: il questionario o l’intervista strutturata non è un adempimento, ma uno strumento di ingegneria del reinserimento.
La seconda lezione è costruire filiere inclusive. Nina Kakaw non si limita a offrire un laboratorio: collega la lavorazione in Italia alla materia prima dell’Amazzonia ecuadoriana, coinvolgendo piccoli produttori e produttrici di cacao. Il reinserimento diventa così un processo economico, non assistenziale, e produce un doppio impatto. Per un datore di lavoro o un ente territoriale significa investire in competenze spendibili e in catene di fornitura, non in misure episodiche.
La terza lezione è usare i dati di genere per orientare gli interventi. Nel 2024 il 27,3% degli infortuni femminili è in itinere contro il 15,7% degli uomini, e l’incidenza mortale tra lavoratrici è al 38,1%. Sono percentuali che dovrebbero incidere su piani di mobilità, orari, valutazione dei rischi e progettazione dei rientri. Per ciascuna lezione, il “chi fa cosa” è chiaro: le Direzioni regionali Inail e i servizi di prevenzione possono usare strumenti di ascolto strutturato; le imprese e le associazioni di categoria possono costruire filiere con soggetti come Nina Kakaw; i RSPP e i consulenti possono integrare il dato di genere nel documento di valutazione dei rischi e nei programmi di reinserimento.
La prevenzione non si ferma alla proiezione di un film: comincia quando un dato di genere diventa un criterio di progettazione. Chi si occupa di sicurezza e reinserimento può usare “Percorsi di cioccolato” come spunto per ripartire dai bisogni, non dalle procedure.