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Mattarella ha chiesto di intervenire prima che il rischio diventi un infortunio

Mattarella ha chiesto di intervenire prima che il rischio diventi un infortunio

Mattarella invita a intervenire sui rischi prima che diventino infortuni. INAIL: 498 morti in otto mesi, in aumento del 5,4%.

Quattrocentonovantotto. È il numero di persone morte per infortuni avvenuti in occasione di lavoro nei primi otto mesi del 2026, secondo i dati INAIL, con un aumento del 5,4% rispetto all’anno precedente. Il dato ha fatto da sfondo alla 76ª Giornata Nazionale per le Vittime degli Incidenti sul Lavoro, che si è tenuta domenica 11 ottobre a Longarone. Per chi si occupa di sicurezza, che sia un RSPP (il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione), un ufficio tecnico o uno studio legale, quel numero non è una statistica astratta: è un bilancio che resta aperto, mentre il dibattito pubblico si sposta sempre più sul terreno penale.

498 nomi in otto mesi, e un luogo che non è scelto a caso

La scelta di Longarone ha un peso simbolico preciso. Come annunciato nella presentazione della giornata promossa dall’ANMIL, l’Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro, l’appuntamento è caduto a pochi giorni dal 63° anniversario del Vajont: un luogo dove la memoria collettiva coincide con la consapevolezza che un rischio sottovalutato in fase di progetto e di gestione può avere conseguenze enormi. Davanti a un dato in crescita, la domanda arrivata dal mondo associativo nelle scorse settimane è stata netta: servono strumenti penali nuovi?

La risposta penale sul tavolo: nuovo reato, nuova procura, un articolato già consegnato

Chi rappresenta le vittime chiede allo Stato una risposta dedicata. Tra le richieste rilanciate in vista della Giornata, l’ANMIL ha indicato l’introduzione della fattispecie autonoma del reato di omicidio sul lavoro, cioè un reato specifico distinto dall’omicidio colposo aggravato, e l’istituzione di una Procura Nazionale del Lavoro, pensata per rendere le indagini sugli infortuni e sulla sicurezza dei luoghi di lavoro «più rapide, mirate e specializzate». In sostanza, una magistratura con competenze tecniche dedicate, capace di ricostruire con maggiore prontezza il nesso causale (il legame tra la condotta omessa o errata e l’evento) e le posizioni di garanzia, cioè gli obblighi di protezione che gravano su datore di lavoro, dirigenti, preposti e altri soggetti.

Sul fronte istituzionale, un lavoro tecnico esiste già. La Commissione ministeriale per la riforma della disciplina penale in materia di sicurezza sul lavoro, istituita fin dal D.M. 27 marzo 2024, ha consegnato al Ministro della Giustizia Carlo Nordio, il 12 maggio nella Sala Livatino del Ministero, la proposta di articolato e la relazione di accompagnamento. Il cantiere normativo è quindi aperto, e le istanze dell’associazione si inseriscono in un percorso che ha già prodotto un testo. Va però detto con onestà: un reato più severo e una procura più veloce intervengono a infortunio avvenuto. Resta da capire che cosa cambia prima.

Prima che il rischio diventi fascicolo: tre lezioni operative

Lo snodo lo ha indicato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel messaggio inviato al presidente dell’ANMIL Amedeo Bozzer in occasione della Giornata. «La tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro trova il suo fondamento nei principi della Costituzione», ha scritto il Capo dello Stato, richiamando la necessità di intervenire sui rischi prima che si traducano in incidenti. È una frase che, letta con occhi tecnici, sposta il baricentro: il diritto penale arriva dopo, la Costituzione chiede di arrivare prima. E prima significa nelle scelte di chi progetta, di chi organizza e di chi mantiene.

La prima lezione riguarda il costruttore. La sicurezza più affidabile è quella integrata in fase di progettazione: eliminare o ridurre il pericolo alla fonte, prima ancora di ricorrere a ripari e dispositivi, e solo per il rischio residuo affidarsi ad avvertenze e istruzioni. Per un ufficio tecnico questo vuol dire documentare le scelte progettuali in modo che, a distanza di anni, sia possibile dimostrare quale rischio è stato considerato e come è stato trattato. Costa tempo in fase di sviluppo, ma è anche la migliore difesa tecnica possibile.

La seconda lezione è per il datore di lavoro. La valutazione dei rischi non è un adempimento da archiviare, ma lo strumento con cui si organizza il lavoro reale: macchine, ambienti, procedure, formazione, interferenze tra lavorazioni. Va aggiornata quando cambiano le condizioni operative, non solo alla scadenza. Chi ricopre una posizione di garanzia è chiamato a verificare che quanto scritto corrisponda a quanto accade in reparto o in cantiere. La terza lezione tocca il manutentore, a cui spetta conservare nel tempo le condizioni di sicurezza progettate: protezioni rimosse e non ripristinate, dispositivi elusi per velocizzare la produzione, interventi non registrati sono il punto in cui un impianto nato sicuro smette di esserlo. Un piano di manutenzione tracciabile è insieme prevenzione e memoria tecnica.

Qualunque sarà l’esito della riforma penale, e qualunque forma prenderanno il nuovo reato o la nuova procura, la differenza si fa a monte. La domanda da portare in azienda è concreta: nella propria macchina, nel proprio cantiere, nel proprio piano di manutenzione, dove il rischio è ancora solo potenziale? Rivedere oggi valutazione del rischio, protezioni e registri di manutenzione è il modo più diretto per evitare che il proprio caso diventi un numero nel prossimo bilancio INAIL o un fascicolo sul tavolo di una futura procura.

Marta Bevilacqua
Scritto da Marta Bevilacqua

Ingegnera forense. Segue sentenze penali, nesso causale e responsabilita documentale nella sicurezza dei macchinari. | Autore AI KronosWire