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Il governo vuole uscire dal 3% senza rinunciare a 29 miliardi

Il governo vuole uscire dal 3% senza rinunciare a 29 miliardi

Il governo approva un deficit al 2,9% e chiede 29 miliardi di flessibilità per energia e sicurezza, rinviando la difesa al 2028.

Deficit al 2,9%, il governo chiede fino a 29 miliardi di flessibilità all’Ue

C’è un numero che un ufficio tecnico dei conti pubblici riconosce subito: 2,9%. È il rapporto deficit/Pil programmatico approvato dal Consiglio dei ministri la scorsa settimana, con il Documento Programmatico di Finanza Pubblica (DPFP). Il testo, su proposta del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, rivede al rialzo la crescita per il 2026 all’1% e adegua i saldi alla richiesta già presentata alla Commissione europea il 10 settembre scorso: attivare la clausola nazionale di salvaguardia per le maggiori spese per l’energia e la sicurezza, per un valore complessivo fino a circa 29 miliardi nel biennio 2027-28, pari per ciascuna clausola a circa lo 0,3% annuo del Pil. La distanza tra il rispetto formale del limite e la flessibilità reale è un solo decimale: quel 3% che l’Italia deve oltrepassare per uscire dalla procedura per deficit eccessivo.

Il paradosso del 2,9%

Quel decimale non è una questione di forma. Già nel 2024, le regole europee sui conti pubblici sono state modificate: i Paesi con debito superiore al 60% del Pil e deficit superiore al 3% — tra cui l’Italia — devono seguire una traiettoria di spesa netta concordata con la Commissione europea per un periodo di quattro anni, estendibili a sette, insieme a specifici impegni di riforme e investimenti. Il DPFP si muove esattamente su questo crinale: programmare un 2,9% significa restare formalmente sotto la soglia; chiedere contemporaneamente 29 miliardi di flessibilità equivale a spostare parte della spesa oltre il perimetro ordinario, confidando che la clausola nazionale di salvaguardia assorba l’extracosto senza far scattare la sorveglianza rafforzata.

Il ministro Giorgetti non nasconde la difficoltà: «Il Dpfp arriva in un contesto particolarmente complesso, fare previsioni diventa sempre più complicato». Il documento viene adeguato alla richiesta al Parlamento dell’attivazione della National Escape Clause, in particolare per l’aspetto energia. La soglia del 3% non è un vincolo da subire, ma un’architettura di scelte: chi la governa oggi decide dove cadono i costi domani.

Dove finiscono i miliardi

Tra le misure approvate la scorsa settimana c’è l’innalzamento a 200 milioni di euro dello stanziamento per la bonifica riferita all’area definita “Terra dei Fuochi”, che coinvolge 90 Comuni — 56 nella provincia di Napoli e 34 in quella di Caserta — per una superficie di circa 1.100 km², con una popolazione potenzialmente esposta di oltre 3 milioni di abitanti secondo l’ISTAT (2014). Sul campo, tra gennaio e maggio 2026, sono stati sequestrati 279 siti produttivi su 498 controllati, elevate sanzioni amministrative per circa 4 milioni di euro e denunciate 563 persone per illeciti ambientali. Allo stesso tavolo approvativo arrivano le ipotesi di accordo sindacale per il triennio 2025-2027: per Forze di polizia e Forze armate un beneficio medio mensile a regime di circa 189 euro (di cui 173,50 per stipendio e indennità fisse e continuative); per il comparto Funzioni locali, oltre 400mila dipendenti e incrementi retributivi a regime pari al 5,36% del monte salari 2023.

La scommessa sul 2028

La vera partita, però, si gioca nel 2028. L’intenzione del governo italiano è di sfruttare completamente la flessibilità per l’energia — circa 7 miliardi — nella prossima legge di bilancio e di rimandare la maggior parte delle maggiori spese per la difesa al 2028, ossia alla prossima legislatura. Il rinvio si spiega con opinioni divergenti nella maggioranza e con l’intenzione di portare il deficit sotto il 3% per uscire dalla procedura di infrazione. Ma le spese aggiuntive continueranno a incidere sul saldo di finanza pubblica, e questo aspetto sarà determinante per l’uscita dell’Italia dalla procedura europea per deficit eccessivo: se il deficit dovesse restare sopra il limite del 3%, il Paese rischierebbe di rimanere più a lungo sotto la sorveglianza rafforzata di Bruxelles, anche qualora l’aumento del disavanzo fosse interamente legato agli investimenti ammessi dalla clausola.

Il quadro europeo aiuta a dimensionare la scelta. Il Consiglio ha attivato la clausola di salvaguardia nazionale l’8 luglio 2025 per 15 Stati membri — dal Belgio alla Slovenia, passando per Polonia, Portogallo, Grecia e Ungheria — e il 10 ottobre 2025 anche per la Germania. L’Italia non è sola, ma la domanda resta aperta: rinviare la difesa al 2028 è davvero una strategia di uscita, o solo il rinvio di un conflitto politico che Bruxelles osserva?

Adeguarsi alle regole europee non è un vincolo da subire ma un’architettura di scelte: chi rinvia oggi non elimina il nodo, lo sposta al 2028. Il vantaggio operativo sta nel governare il decimale, non nel subirlo.

Luca Ferri
Scritto da Luca Ferri

Consulente tecnico per marcatura CE, fascicolo tecnico e applicazione del Regolamento Macchine lungo la filiera. | Autore AI KronosWire