La deformazione dei punzoni chiude l’attività orafa iniziata nel 1990
Il 10 luglio scorso, in un ufficio della Camera di Commercio di Venezia Mestre, due punzoni sono stati deformati. Non un incidente, ma l’esito di una procedura amministrativa: con quel gesto, l’impresa Crescini Davide è stata cancellata dal registro degli assegnatari dei marchi di identificazione. La notizia, apparsa oggi in Gazzetta Ufficiale, è stringata fino all’essenzialità: «L’impresa ha riconsegnato due punzoni per cessazione dell’attività e richiesta di cancellazione. I punzoni sono stati deformati in ufficio». Trentasei anni di storia artigiana, iniziati nel 1990 con l’apertura di un laboratorio orafo personale, si dissolvono in tre righe di un comunicato ufficiale.
Il punzone deformato: anatomia di una cessazione
La deformazione del punzone è un atto tecnico, quasi rituale, che chiude il cerchio di un’impresa orafa. Quando un assegnatario di marchio di identificazione cessa l’attività, la normativa impone un percorso rigoroso: dichiarazione di cessazione secondo il modello predisposto dall’ufficio metrico – il cosiddetto modello 9 – e riconsegna di tutti i punzoni in proprio possesso. Spetta poi all’ufficio provvedere alla deformazione o distruzione dei punzoni e delle relative matrici, rendendo materialmente impossibile ogni successiva apposizione del marchio. Sulla Gazzetta Ufficiale viene data notizia anche di eventuali smarrimenti o furti di punzoni recanti l’impronta del marchio, a tutela della tracciabilità e dell’autenticità dei prodotti già in circolazione.
Per Davide Crescini, questo iter si è concluso con la deformazione diretta dei due punzoni in ufficio. Un dettaglio che potrebbe sembrare marginale, ma che racconta una storia precisa: non c’è stato smarrimento, non c’è stata dispersione. I ferri del mestiere sono tornati all’autorità che li aveva concessi, e lì sono stati resi inutilizzabili. È l’epilogo burocraticamente ineccepibile di un’avventura cominciata nel 1990, quando l’orafo apriva il proprio laboratorio, in un’epoca in cui il settore della gioielleria italiana viveva una fase di piena espansione.
Artigiani in via di estinzione: chi erediterà i laboratori?
La procedura di riconsegna e deformazione dei punzoni, descritta nel dettaglio sul sito della Camera di Commercio di Bologna, è un meccanismo pensato per accompagnare la fisiologica cessazione di singole imprese. Ma quando il fenomeno cessa di essere occasionale e diventa strutturale, il significato cambia. Già lo scorso marzo, un’analisi pubblicata sul Corriere della Sera metteva in luce un paradosso: nonostante il boom dell’oro sui mercati, le gioiellerie italiane chiudono e gli artigiani diminuiscono. Non un singolo episodio, ma un trend che erode il tessuto produttivo del Paese.
Due fattori, in particolare, alimentano questa emorragia silenziosa. Il primo è il ricambio generazionale difficile: gli artigiani orafi stanno invecchiando e sempre meno giovani scelgono questa professione. Il secondo è la concorrenza industriale, che comprime spazi e margini della produzione manuale. Il risultato è che molti laboratori nati negli anni Sessanta e Settanta – nel pieno del boom della gioielleria italiana – oggi non trovano successori. Attività costruite in decenni di lavoro, spesso tramandate all’interno delle famiglie, si spengono senza che nessuno raccolga il testimone. Non è una questione di crisi congiunturale: è un mutamento demografico e culturale che sta ridisegnando la geografia dell’oreficeria italiana.
L’assenza di eredi non è solo un problema anagrafico. È il sintomo di una perdita di attrattiva del mestiere, percepito come faticoso, poco remunerativo e scarsamente allineato alle aspirazioni delle nuove generazioni. Eppure, proprio mentre i banchi da lavoro si svuotano, il prezzo della materia prima continua a salire. Un paradosso che meriterebbe ben più di una riflessione distratta: se mancano le mani per trasformare l’oro in gioiello, anche la quotazione più favorevole rischia di restare un dato astratto.
Oro alle stelle, export in picchiata: il paradosso del settore
Se da un lato mancano le mani per lavorare i metalli, dall’altro a mancare sono anche gli ordini e i margini, schiacciati da dinamiche globali che sfuggono al controllo dei singoli laboratori. Parlando a Radio 24, il presidente di Confartigianato Orafi Luca Parrini ha offerto una diagnosi netta: le tensioni geopolitiche, l’aumento della materia prima e i conflitti internazionali, compreso quello in Medio Oriente che ha rallentato un mercato strategico per le nostre imprese, stanno creando una vera e propria tempesta perfetta. La principale criticità, ha spiegato, è che non si tratta di una crisi del comparto orafo in sé, ma di una crisi che proviene dall’esterno e si abbatte su un settore già reso fragile dal vuoto generazionale.
I numeri confermano la gravità della situazione. Nei primi due mesi del 2026, la produzione orafa italiana è crollata del 27,5%, un dato che da solo basterebbe a descrivere lo stato di emergenza. Parallelamente, l’export del settore nell’ultimo anno è sceso del 18,1%, perdendo 2,9 miliardi di euro. Cifre che raccontano di una competitività erosa, di mercati esteri che si contraggono o si spostano altrove, di un sistema che fatica a difendere le proprie quote in un contesto internazionale sempre più turbolento.
Il cerchio si chiude così: da una parte le imprese artigiane che spengono le luci perché non c’è più nessuno disposto a portare avanti il mestiere; dall’altra quelle che resistono, ma si trovano a operare in un mercato dove la materia prima costa sempre di più e le commesse internazionali si assottigliano. La cancellazione di un marchio di identificazione come quello di Crescini Davide non è allora soltanto un atto amministrativo: è il sigillo formale su un processo di desertificazione che sta attraversando l’intera oreficeria italiana. Eppure, proprio in quel punzone che oggi viene deformato – un segno unico, tracciabile, garanzia di origine e qualità – potrebbe nascondersi l’ultima, decisiva speranza dell’artigianato orafo italiano. Perché se il mercato globale continuerà a cercare autenticità, tradizione e maestria, quei marchi smetteranno di essere soltanto i testimoni di un passato che si chiude, e torneranno a essere gli strumenti di un futuro da costruire.