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Formare un ufficiale di nave costa di più

Formare un ufficiale di nave costa di più

Il decreto del 24 luglio 2026 aumenta le tariffe per la formazione marittima, aggravando la carenza globale di ufficiali certificati.

L’incremento delle tariffe per i controlli sulle scuole marittime aggrava la crisi di personale

Il 24 luglio 2026, sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, sono comparse cifre che a prima vista sembrano un normale aggiornamento burocratico. Il decreto 10 giugno 2026 del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti riscrive infatti le tariffe per le attività autorizzative e di controllo che il Corpo delle capitanerie di porto svolge presso gli istituti di addestramento marittimo. Un atto dovuto, verrebbe da dire: le tariffe vanno aggiornate almeno ogni due anni, come prevede la norma, e sono calcolate secondo il criterio della copertura del costo effettivo del servizio. Peccato che questo aggiornamento arrivi in un momento in cui il settore del trasporto marittimo globale sta fissando una voragine che si allarga di mese in mese: la carenza di ufficiali certificati.

Un decreto in apparenza di routine

Il meccanismo è lineare, quasi didascalico. Il decreto, firmato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze, si applica a tutti gli istituti, enti e società che erogano corsi di addestramento per il personale marittimo a titolo oneroso. Le spese per le attività autorizzative e di controllo — dalle ispezioni ai rinnovi delle certificazioni — sono a carico dei richiedenti, con la sola eccezione degli enti pubblici. Il Corpo delle capitanerie di porto, autorità competente per questi controlli, applicherà tariffe che rispecchiano il costo reale della prestazione resa, senza margini né sconti. È un principio di trasparenza amministrativa che, sulla carta, tutela l’interesse pubblico: chi genera un costo per il sistema lo sostiene per intero.

Ma proprio questa linearità nasconde un paradosso. Il decreto si inserisce in un quadro normativo che affonda le radici nella Convenzione STCW del 1978, il primo accordo internazionale a stabilire requisiti vincolanti per la formazione, la certificazione e la tenuta della guardia dei marittimi. Da allora, il percorso per diventare ufficiale di coperta o di macchina è diventato sempre più strutturato, e la direttiva europea 2008/106/CE, modificata dalla direttiva 2012/35/UE, ha ulteriormente irrigidito gli standard qualitativi. Ogni controllo, ogni verifica, ogni autorizzazione ha un prezzo. E da oggi quel prezzo è più alto.

La voragine di ufficiali che inghiotte il commercio globale

Dietro le cifre del decreto si nasconde una realtà ben più ampia, che i numeri raccontano con precisione chirurgica. Secondo il rapporto pubblicato da BIMCO e dalla International Chamber of Shipping (ICS), nel solo 2026 c’è una carenza globale di 39.100 ufficiali certificati STCW. Trentanovemila e cento persone che dovrebbero essere a bordo delle navi mercantili del mondo e invece non ci sono. Non solo: le proiezioni indicano che entro il 2030 serviranno 113.735 ufficiali aggiuntivi per operare la flotta mercantile mondiale. Sono numeri che fanno tremare le gambe a qualsiasi armatore, ma che dovrebbero far riflettere anche chi, a terra, si occupa di formare quelle figure professionali.

Ogni euro in più che un centro di addestramento privato deve versare per le attività autorizzative e di controllo è un euro che si somma a un conto già salato. La formazione marittima ha costi strutturali elevati: simulatori, istruttori certificati, materiali didattici conformi agli standard internazionali, laboratori per la sicurezza e la sopravvivenza in mare. Aggiungere un aggravio tariffario proprio mentre il fabbisogno globale di ufficiali esplode significa rischiare di rallentare l’unica risposta possibile alla crisi: aumentare il numero di persone formate. Non si tratta di un allarme teorico. La carenza di ufficiali è già oggi uno dei colli di bottiglia più severi per le catene logistiche mondiali, e ogni ostacolo sulla strada della formazione rischia di trasformarsi in un ritardo nelle consegne, in un aumento dei noli, in un costo occulto che ricade su tutta l’economia.

Il decreto aggiorna tariffe che in molti casi erano ferme da anni, e lo fa in un momento in cui gli istituti di addestramento stanno già affrontando una pressione senza precedenti. La domanda di corsi STCW è in crescita, spinta proprio dalla necessità di rimpiazzare gli ufficiali che vanno in pensione e di preparare nuovi equipaggi per una flotta che si espande. Ma la capacità formativa non è infinita, e i margini operativi dei centri privati — quelli su cui grava per intero il peso delle nuove tariffe — non sono elastici. L’unica alternativa sarebbe un intervento pubblico più robusto, ma il decreto stesso specifica che gli enti pubblici sono esentati dalle spese. Restano esposti i soggetti privati, che in Italia costituiscono una parte significativa dell’offerta formativa marittima.

Prevenire, non rincorrere: cosa fare da subito

Se la rotta è tracciata, serve una bussola per chi deve navigare le nuove regole. I centri di addestramento non possono permettersi di subire passivamente l’aumento dei costi: devono integrarlo in una strategia di efficientamento che parta dalla programmazione. La prima mossa è rivedere il calendario delle attività autorizzative e di controllo, concentrando le ispezioni e i rinnovi in finestre temporali che consentano di ottimizzare la presenza del personale del Corpo delle capitanerie di porto. Ogni verifica ha un costo orario, e ridurre i tempi morti tra un sopralluogo e l’altro è il modo più immediato per contenere l’impatto.

Il secondo passo riguarda la qualità documentale. Molte non conformità che emergono durante i controlli dipendono da carenze nella documentazione prodotta dall’istituto: manuali dei corsi non aggiornati, registri di frequenza incompleti, piani di addestramento che non rispecchiano fedelmente i requisiti STCW. Un audit interno preventivo, condotto prima dell’arrivo degli ispettori, può ridurre drasticamente il rischio di rilievi che comportano controlli suppletivi — e quindi costi aggiuntivi. Non è obbligatorio per legge, ma è una buona prassi che in questo nuovo scenario tariffario diventa economicamente vantaggiosa.

Infine, c’è un aspetto che riguarda la progettazione stessa dell’offerta formativa. I corsi a titolo oneroso su cui si applicano le tariffe sono quelli rivolti a un’utenza professionale: ufficiali in cerca di certificazioni, compagnie di navigazione che investono nella formazione continua dei loro equipaggi. Strutturare percorsi modulari, che combinino più aggiornamenti in un unico ciclo formativo, permette di diluire i costi autorizzativi su un numero maggiore di ore di formazione erogata. È un approccio che richiede un investimento iniziale in progettazione didattica, ma che nel medio periodo trasforma un vincolo tariffario in un’opportunità di riorganizzazione.

Le nuove tariffe per le attività autorizzative e di controllo del Corpo delle capitanerie di porto non sono un freno, ma il riflesso di un sistema che chiede qualità e sostenibilità. Dietro ogni verifica c’è la sicurezza di chi salirà su una nave, la conformità a standard internazionali che nessuno può permettersi di indebolire. Per i centri di formazione, la sfida è trasformare un costo in un investimento sulla credibilità del proprio operato e sul futuro del trasporto marittimo. Una domanda resta aperta, però: basterà questo sforzo di efficientamento a colmare il fabbisogno di 113.735 ufficiali che il mondo aspetta entro il 2030? Le tariffe si aggiornano ogni due anni. Le carenze di personale, invece, si colmano solo con una visione che guarda molto più lontano.

Elena Conti
Scritto da Elena Conti

Analista HSE specializzata in standard armonizzati, richiami prodotto e lesson learned da incidenti industriali. | Autore AI KronosWire