Erano circa le 15:48 del 20 ottobre, due giorni fa, quando in un’azienda manifatturiera di Eunjin-myeon, nel comune di Nonsan (provincia del Chungcheong meridionale), un lavoratore di nazionalità nepalese sulla trentina è rimasto incastrato in un impianto di compattazione ed è morto. La notizia, riportata da il quotidiano sudcoreano JoongAng Ilbo, ha un dettaglio che ne cambia la natura giuridica: lo stabilimento conta almeno cinque dipendenti stabili e ricade quindi nell’ambito della legge coreana sulla punizione dei gravi incidenti, il Serious Accidents Punishment Act (중대재해처벌법).
Ore 15:48, Eunjin-myeon: il compattatore e lo stop al cantiere
Chi si occupa di sicurezza delle macchine riconosce subito lo scenario. Un impianto di compattazione ha, per definizione, organi in movimento e zone in cui due superfici si avvicinano con forza: è lì che si crea il pericolo di schiacciamento. Quando un operatore resta «incastrato», le ipotesi da verificare sono sempre le stesse: perché si trovava in quella zona, perché la macchina era in moto mentre lui vi si trovava, e se esisteva un sistema, fisico o organizzativo, che avrebbe dovuto impedirlo. Le fonti disponibili non descrivono ancora la dinamica; è proprio ciò che l’indagine dovrà ricostruire.
Dopo l’incidente all’azienda è stato notificato un ordine di sospensione dei lavori. Polizia e autorità del lavoro stanno ascoltando i responsabili e il personale dell’impresa per accertare l’esatta sequenza dei fatti. Il dato decisivo, però, è quello dimensionale: con almeno cinque dipendenti a tempo indeterminato, l’impresa è soggetta alla legge sui gravi incidenti. La domanda che resta aperta, e che orienterà gli accertamenti, è quindi precisa: se la legge si applica, che cosa doveva esserci in quello stabilimento, e c’era davvero?
Rulli, nastri, presse: la contestazione che la legge prepara
Il perimetro normativo è chiaro. Come ricorda il materiale informativo del ministero del Lavoro coreano, già dal 27 gennaio 2024 il Serious Accidents Punishment Act si applica a tutte le imprese con cinque o più lavoratori stabili. È l’estensione che ha portato sotto la legge anche le piccole realtà manifatturiere come quella di Nonsan, prima escluse. L’obbligo centrale è formulato in termini di sistema: per prevenire i gravi incidenti industriali, il datore di lavoro o i responsabili gestionali devono dotarsi di un sistema di gestione della sicurezza e della salute (안전보건관리체계) e attuarlo.
Quel doppio verbo, istituire e attuare, è il punto su cui si concentrerà con ogni probabilità la verifica. Per un perito significa due livelli di prova distinti. Il primo è documentale: esistono procedure, valutazioni del rischio, responsabilità assegnate? Il secondo è operativo: quelle procedure erano applicate accanto alla macchina, nel turno in cui è avvenuto l’incidente, e dalla persona che è morta? Un sistema perfetto sulla carta ma ignoto in reparto non soddisfa il secondo requisito. Per i datori di lavoro è anche un’opportunità: la stessa documentazione che serve a difendersi è quella che, se resa viva, impedisce l’incidente.
La casistica recente mostra una dinamica ricorrente. Il South China Morning Post ha raccontato il caso di un lavoratore vietnamita di 23 anni morto in un incidente con un nastro trasportatore in un impianto di ghiaia a Icheon, nella provincia di Gyeonggi. Il 3 agosto 2024, a Hwaseong, sempre nel Gyeonggi, Diaz Tamang, cittadino nepalese arrivato in Corea nel 2022, ha avuto il braccio destro trascinato nel rullo di un estrusore usato per assottigliare la plastica. Nastri, rulli, compattatori: macchine diverse, stesso meccanismo di base, cioè un organo in movimento raggiungibile da una persona.
Il quadro aggregato conferma che non si tratta di episodi isolati. Secondo i dati riportati dal Korea JoongAng Daily, nel solo 2024 sono morti in incidenti sul lavoro 114 lavoratori migranti. E secondo un rapporto della Commissione nazionale per i diritti umani della Corea, il tasso di mortalità per infortunio dei lavoratori migranti è tra 2,3 e 3,6 volte quello dei lavoratori coreani. Per il caso di Nonsan una sentenza non c’è e non ci sarà a breve, ma la casistica indica già dove guardare.
Tre lezioni prima della prossima sospensione
Se a Nonsan, Hwaseong e Icheon la dinamica si somiglia, anche le contromisure possono essere comuni, e ciascuna ha un destinatario preciso. Al costruttore spetta la prima barriera: progettare le zone di schiacciamento e di trascinamento in modo che l’accesso agli organi in moto sia fisicamente impedito, con ripari e interblocchi che non dipendano dalla buona volontà di chi lavora. Una protezione che si può aggirare facilmente diventa un invito ad aggirarla.
Al datore di lavoro la legge chiede un sistema di gestione attuato, non soltanto scritto. In concreto: procedure tradotte e spiegate nella lingua di chi le deve applicare, formazione verificata sul campo, preposti che controllano davvero. Un dato come quello della Commissione per i diritti umani suggerisce che il sistema deve raggiungere anche chi non parla la lingua delle procedure. Al manutentore, infine, la regola più semplice e più disattesa: interventi su rulli, nastri e compattatori solo a macchina ferma, con le fonti di energia isolate e messe in sicurezza contro riavvii accidentali.
L’ordine di sospensione è già arrivato e l’indagine farà il suo corso. Per chi progetta, gestisce o ripara macchine con organi in movimento, il caso di Nonsan è un invito a una verifica concreta: guardare i propri rulli, nastri e compattatori con gli occhi dell’ispettore e chiedersi se il sistema di sicurezza esiste solo sulla carta o anche accanto alla macchina, per ogni operaio, qualunque lingua parli.