Il limite scende a 0,01 fibre/cm³ dal 2026, ma i controlli restano rari: il nodo degli organici
Con gli organici attuali servono in media ventitré anni per visitare una volta ogni azienda. È il dato che ogni tecnico ASL riconosce al primo sguardo. Riportato nei giorni scorsi, accanto al nuovo limite di esposizione all’amianto, misura bene la distanza tra ciò che la norma chiede e ciò che il sistema dei controlli riesce a verificare. Il limite è ora di 0,01 fibre per centimetro cubo d’aria e, dal dicembre 2029, andrà misurato al microscopio elettronico. Il tema è emerso agli Stati Generali sulla salute e la sicurezza sul lavoro, e la posizione della Commissione di albo nazionale dei Tecnici della prevenzione è stata resa nota il 28 ottobre. Non è quindi una notizia dell’ultima ora, ma un contributo di pochi giorni fa che pone una domanda semplice: chi verificherà, in concreto, che il nuovo limite venga rispettato?
Un limite dieci volte più basso, un controllo ogni ventitré anni
Il quadro normativo è noto agli addetti ai lavori. Il D.Lgs. 213/2025 è in vigore già dal 24 gennaio 2026 e recepisce la Direttiva (UE) 2023/2668. Il limite di esposizione professionale all’amianto scende da 0,1 a 0,01 fibre/cm³, calcolato come media ponderata sulle otto ore lavorative. È dunque dieci volte più basso. Il decreto introduce poi un secondo passaggio: da dicembre 2029 le fibre dovranno essere misurate con la microscopia elettronica, più precisa di quella ottica oggi in uso. La Commissione di albo apprezza queste misure. Il punto critico, per i tecnici, non è la norma ma la sua applicazione.
Il confronto tra i due dati è netto. Da un lato c’è una soglia più esigente, che dal 2029 richiederà anche strumenti di analisi più sofisticati. Dall’altro c’è una rete di controllo che, al ritmo attuale, entra in un’azienda circa una volta ogni generazione. La domanda resta aperta proprio dove il rischio è più diffuso: chi verifica il rispetto del limite nelle imprese con meno di dieci addetti?
La contestazione dei tecnici: ispettori sì, prevenzione no
La sede in cui la questione è stata sollevata ha un peso istituzionale preciso. Gli Stati Generali si sono svolti per tre giorni nella Sala della Lupa di Montecitorio, su iniziativa della Commissione d’inchiesta della Camera sulle condizioni di lavoro, presieduta da Chiara Gribaudo. Lì la Commissione di albo nazionale dei Tecnici della prevenzione, che fa capo alla FNO TSRM e PSTRP (la Federazione nazionale degli Ordini dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione), ha presentato i numeri della propria categoria.
Secondo l’ISTAT, il 94,8% delle imprese italiane ha meno di dieci addetti. Nel 2024, invece, negli SPreSAL (i Servizi di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro delle ASL) operavano 2.108 Tecnici della prevenzione. Il tessuto produttivo è quindi frammentato in moltissime microimprese, e il personale tecnico chiamato a controllarle è ridotto. La stima dei ventitré anni per visitare ogni azienda viene da qui. Sullo sfondo resta un dato che non ammette letture ottimistiche: i casi mortali sul lavoro superano uno al giorno.
La critica dei tecnici riguarda soprattutto le scelte di politica del personale. Come riportato da un’analisi pubblicata da Mondosanità, i Tecnici della prevenzione delle ASL sono considerati il profilo professionale più importante per la prevenzione. Eppure verrebbero trascurati a vantaggio del potenziamento delle misure e degli ispettori del lavoro, figure con una valenza più burocratico-amministrativa che tecnica. Su un limite come quello dell’amianto la distinzione conta. Verificare il rispetto di 0,01 fibre/cm³ come media sulle otto ore richiede competenza su campionamenti, metodi analitici e condizioni di cantiere, non soltanto il controllo documentale.
La proposta della categoria è quantificata. Per il quadriennio 2026-2030 il fabbisogno indicato è di circa 6.500 Tecnici della prevenzione, più del triplo rispetto agli attuali. A questo si aggiunge la richiesta di incentivi alle piccole imprese che riducono davvero il rischio, una leva premiale accanto a quella ispettiva. La richiesta è sul tavolo. Nel frattempo, chi in azienda deve già misurarsi con il nuovo limite non può aspettare che gli organici crescano.
Tre lezioni operative prima che arrivi l’ispezione
Se il controllo esterno resta raro, la prevenzione deve funzionare dall’interno. Funziona come un impianto con un collaudo periodico molto distanziato nel tempo: l’affidabilità dipende dalla manutenzione ordinaria, non dal giorno della verifica.
Per chi esegue bonifiche e campionamenti. Il passaggio alla microscopia elettronica, obbligatorio da dicembre 2029, va pianificato fin d’ora. Bisogna verificare con i laboratori di riferimento la disponibilità delle tecniche e confrontare i risultati ottenuti con il metodo ottico attuale con quelli attesi dal nuovo metodo. Conviene anche aggiornare le procedure interne prima della scadenza, non a ridosso.
Per il datore di lavoro della piccola impresa. Con un controllo che statisticamente può arrivare una volta in ventitré anni, la conformità non può dipendere dall’ispezione. Il datore di lavoro deve documentare la valutazione del rischio amianto alla luce della nuova soglia e conservare le misurazioni. Gli incentivi chiesti dai tecnici, se verranno introdotti, premieranno chi dimostra una riduzione effettiva del rischio. Chi ha già raccolto dati misurati sarà nella posizione migliore per accedervi.
Per il manutentore che interviene su materiali sospetti. Con 0,01 fibre/cm³ come media ponderata sulle otto ore, i margini si restringono di un fattore dieci. Un’esposizione che prima rientrava nei limiti può oggi superarli. Le lavorazioni su manufatti potenzialmente contenenti amianto vanno quindi rivalutate: prima di intervenire bisogna chiedere se il materiale è stato caratterizzato e se le misure di esposizione sono state aggiornate dopo il 24 gennaio 2026.
Il nuovo limite sull’amianto è un progresso reale, ma produce effetti solo se qualcuno lo misura e lo verifica. In attesa che gli organici degli SPreSAL crescano, la scelta più solida per costruttori, datori di lavoro e manutentori è anticipare i controlli e documentare la riduzione del rischio. Il primo passo pratico è controllare che le misurazioni di esposizione presenti in azienda siano state rifatte rispetto alla soglia di 0,01 fibre/cm³, e non alla vecchia soglia di 0,1.