Inail e Cip: accordo per diffondere lo sport tra i disabili.
Per chi lavora in sicurezza, il nome Inail richiama di solito denunce, istruttorie, consulenze tecniche e, nei casi peggiori, aule di tribunale. Venerdì 9 ottobre, a Mogliano Veneto, lo stesso Istituto compariva in una cornice molto diversa: l’ottava edizione del Gran galà dello sport paralimpico veneto, tra medaglie, onorificenze e storie di atleti. L’evento risale ormai a tre settimane fa e non lo riprendiamo come cronaca. Ci interessa come spunto per una domanda che riguarda da vicino RSPP, uffici tecnici e periti: che cosa succede alla persona dopo l’evento avverso, e quanto di quel “dopo” si può preparare già oggi?
Mogliano, 9 ottobre: l’Inail sul palco invece che in aula
Il Galà è promosso dal Comitato italiano paralimpico Veneto (Cip Veneto) per celebrare le eccellenze sportive della regione. Secondo la cronaca del Gazzettino sulla serata, l’edizione di quest’anno, allestita dal Comitato presieduto da Davide Giorgi negli spazi del Move Hotels Venezia Nord di Mogliano, ha visto l’assegnazione di oltre cinquanta riconoscimenti. Tra questi, le principali onorificenze del movimento: la Stella al merito sportivo paralimpico, la Palma al merito tecnico paralimpico e la Medaglia al valore atletico paralimpico. La serata è stata anche l’occasione per presentare il volume “Campioni di specialità. Storie e successi veneti ai Giochi Paralimpici”.
Dentro questa scena si colloca l’intervento di Enza Scarpa, direttrice regionale dell’Istituto, che ha ricordato la lunga collaborazione tra Inail e Cip Veneto. Per un lettore abituato a incontrare l’Istituto come controparte in un contenzioso o come destinatario di una denuncia d’infortunio, lo scarto è evidente. Un ente che il professionista associa alla gestione delle conseguenze dell’infortunio siede a una premiazione sportiva. Perché? E su quale accordo poggia questa presenza?
Un patto che ha vent’anni: la convenzione del 2005
Per rispondere conviene fare quello che si fa in una perizia: mettere in fila i documenti. Come ricostruisce un approfondimento di Disabili.com, il protocollo regionale tra Inail e Cip si inserisce in una convenzione nazionale stipulata già nel 2005 e aggiornata nel giugno 2008. L’obiettivo dichiarato dell’accordo è promuovere e diffondere tra le persone disabili la pratica sportiva, sia agonistica sia amatoriale. La presenza dell’Istituto a Mogliano, dunque, non è un gesto di rappresentanza occasionale. È l’esito di una catena documentale che dura da circa due decenni. Se l’impianto esiste da così tanto tempo, la domanda utile per chi fa sicurezza diventa un’altra: che cosa cambia, in concreto, nel proprio lavoro quotidiano?
Tre lezioni per chi lavora prima dell’infortunio
Dalla carta firmata nel 2005 e nel 2008 conviene scendere in reparto e in cantiere. Se lo sport, come si legge nel resoconto del Gazzettino, è «aggregazione e divertimento, palestra di vita ma anche fenomenale strumento di riabilitazione e inclusione per le persone con disabilità, che va promosso come tale nelle politiche sociosanitarie», allora il percorso di chi subisce un infortunio non si chiude con la liquidazione della pratica. Prosegue con la riabilitazione, il recupero di autonomia e, quando è possibile, il ritorno a una vita attiva e al lavoro. Giorgi ha indicato la sfida per il movimento: «La sfida è portare sempre più giovani a trovare la propria disciplina e a praticarla». Chi si occupa di prevenzione può leggerla in parallelo: portare sempre più persone a ritrovare il proprio posto, anche dopo un evento avverso. Ne derivano tre indicazioni di metodo, ognuna con un destinatario preciso.
Il costruttore. Il fascicolo tecnico, cioè la documentazione che il fabbricante predispone per dimostrare la conformità della macchina ai requisiti di sicurezza, nasce per ridurre i rischi a monte. Una progettazione matura può però chiedersi anche chi userà la macchina nel tempo, incluse persone che tornano al lavoro con limitazioni funzionali. Comandi raggiungibili, regolazioni ergonomiche e interfacce che non presuppongono un unico profilo di operatore non sono un costo da sostenere dopo. Sono scelte che, fatte in fase di progetto, evitano adattamenti più onerosi a valle. L’ufficio tecnico può inserirle già nella fase di analisi dei rischi.
Il datore di lavoro. La posizione di garanzia, cioè l’obbligo giuridico di impedire eventi lesivi che grava su chi organizza l’attività, si concentra di norma sulla fase che precede l’infortunio. Un sistema di gestione della sicurezza completo, però, può prevedere anche il dopo: procedure per il rientro, valutazione delle mansioni compatibili, raccordo con il medico competente e con l’Istituto. Pianificare questi passaggi in anticipo costa tempo organizzativo. In cambio evita di improvvisare quando la persona è già fuori dal ciclo produttivo e il rapporto rischia di logorarsi. L’RSPP può proporre che il tema entri nel documento di valutazione dei rischi e nelle riunioni periodiche.
Il manutentore. Un impianto cambia nel tempo, e con lui cambiano le persone che lo usano. Chi gestisce la manutenzione può includere nei propri controlli anche l’accessibilità dei percorsi, delle postazioni e degli adattamenti già realizzati, verificando che restino efficaci dopo modifiche, sostituzioni o spostamenti di linea. Un adattamento introdotto per un rientro, e poi dimenticato al primo intervento sull’impianto, perde il suo valore. Annotare questi elementi nel registro degli interventi è una pratica semplice e tracciabile.
La prevenzione non si esaurisce con l’evento avverso, e nemmeno con la sentenza che ne accerta le responsabilità. La serata di Mogliano lo ricorda con un linguaggio diverso da quello delle aule. Chi progetta, gestisce o mantiene un impianto può cominciare da domani a trattare rientro, adattamento e inclusione come voci del proprio lavoro: da pianificare prima, non da rincorrere quando la persona è già fuori dal ciclo produttivo.