L’atto notarile ha certificato la paralisi del consiglio comunale di San Severo, dove tredici consiglieri su ventiquattro si sono dimessi
Un atto unico, sottoscritto davanti a un notaio da tredici consigiglieri su ventiquattro. Non è servita una seduta d’aula, né un dibattito. Il consiglio comunale di San Severo si è fermato nello studio di un professionista, prima ancora che il prefetto potesse constatarne la paralisi. Il decreto del Presidente della Repubblica pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 24 luglio 2026 ha semplicemente certificato ciò che era già accaduto: l’organo elettivo non poteva più funzionare e i servizi amministrativi erano compromessi. Lo scioglimento non è la causa della crisi. Ne è l’effetto più prevedibile.
Il decreto: la certificazione di un vuoto
Il provvedimento presidenziale è asciutto, quasi notarile nella sua essenzialità. Richiama le consultazioni elettorali dell’8 e 9 giugno 2024, che avevano rinnovato gli organi del Comune di San Severo, in provincia di Foggia. Poi constata il dato di fatto: le dimissioni rassegnate con atto unico da tredici consiglieri — la metà più uno dell’assemblea — rendono impossibile assicurare il normale funzionamento degli organi e dei servizi. La formula è standard, ma il meccanismo che l’ha innescata non lo è affatto.
Di norma, le dimissioni di massa dei consiglieri sono un gesto plateale che avviene in aula, durante una seduta convocata proprio per registrare l’implosione della maggioranza. A San Severo, invece, la politica ha scelto la forma dell’atto notarile: un gesto che sposta il baricentro dalla dialettica assembleare alla certezza giuridica immediata. Tredici firme autenticate equivalgono a un certificato di morte amministrativa che non ammette repliche. Il decreto del Presidente della Repubblica, controfirmato dal Ministro dell’interno, è arrivato dopo che il vuoto si era già prodotto, non per prevenirlo.
La crisi cronica: dalla giunta azzerata al notaio
La sequenza che ha condotto al collasso è un manuale di patologia istituzionale. Il 27 maggio 2026, la sindaca Lidya Colangelo ha azzerato la giunta con un atto unilaterale. L’azzeramento dell’esecutivo è uno strumento legittimo — il sindaco può revocare gli assessori in qualsiasi momento — ma è anche il segnale più inequivocabile di una frattura insanabile all’interno della coalizione di governo. Quando un primo cittadino licenzia in blocco la propria squadra, sta dicendo al consiglio e alla città che la maggioranza che lo sostiene non esiste più.
Da quel momento, la crisi ha seguito una traiettoria di escalation senza meccanismi di contenimento. Dopo l’azzeramento della giunta, sono seguiti rotture nella maggioranza, accuse reciproche e tentativi di ricomposizione mai andati a buon fine. Quello che colpisce, nella cronaca di queste settimane, non è tanto il conflitto in sé — la dialettica politica è fisiologica — quanto l’assenza di qualsiasi dispositivo interno di mediazione. Non risulta che siano state attivate commissioni di conciliazione, né che il segretario comunale abbia esercitato un ruolo di facilitatore istituzionale, né che il prefetto sia stato coinvolto in una fase preventiva. Si è passati direttamente dal conflitto alla formalizzazione notarile della resa.
L’atto di sfiducia sottoscritto davanti al notaio è l’epilogo di un processo degenerativo che ha divorato in poche settimane un’amministrazione eletta da poco più di due anni. La sottoscrizione dell’atto ha chiuso una crisi che aveva registrato una continua escalation, tra azzeramenti di giunta, rotture nella maggioranza, accuse reciproche e tentativi di ricomposizione mai andati a buon fine. Il dato tecnico-giuridico è chiaro: quando tredici consiglieri su ventiquattro si dimettono con atto unico, il consiglio è matematicamente impossibilitato a deliberare. Non serve attendere la seduta successiva per verificarlo. La paralisi è istantanea.
Prevenire il commissariamento: tre leve operative
San Severo non è un’eccezione. Sta a ricordarcelo un dato che dovrebbe entrare nella cassetta degli attrezzi di ogni amministratore locale: in Italia ogni anno vengono sciolti in media circa 200 comuni, secondo quanto rilevato da Openpolis nell’analisi dei commissariamenti. Duecento enti l’anno significano che il fenomeno non è patologico nella sua frequenza — è strutturale. E se è strutturale, la domanda non è «se» accadrà ancora, ma «come» ridurne la probabilità e limitarne i danni quando si verifica.
La prima leva è il monitoraggio precoce degli indicatori di crisi. L’azzeramento della giunta è un evento-sentinella che dovrebbe attivare automaticamente un protocollo: il segretario comunale, nella sua funzione di garante della legalità e della continuità amministrativa, dovrebbe informare tempestivamente il prefetto e convocare una conferenza dei capigruppo per valutare lo stato della maggioranza. Non è un obbligo normativo esplicito, ma è una prassi che alcuni enti hanno codificato nei propri regolamenti interni. Dove manca, bisognerebbe introdurla. A San Severo, l’azzeramento del 27 maggio non ha innescato alcun meccanismo di questo tipo, e il vuoto procedurale ha accelerato la deriva verso il notaio.
La seconda leva è la procedura di raffreddamento del conflitto. Quando la frattura è già in atto, esiste uno spazio — spesso sottoutilizzato — per un intervento di moral suasion del prefetto, che può convocare le parti in conflitto e tentare una mediazione istituzionale. Il Testo Unico degli Enti Locali non prevede un obbligo in tal senso, ma l’esperienza dei commissariamenti mostra che nei comuni dove questa interlocuzione avviene prima delle dimissioni di massa, la percentuale di scioglimenti evitati è significativamente più alta. Non si tratta di ingerenza nell’autonomia politica: si tratta di offrire un quadro negoziale quando quello interno è saltato.
La terza leva, più strutturale, riguarda la formalizzazione stessa della sfiducia. L’atto notarile è impeccabile sul piano giuridico, ma elide completamente il passaggio assembleare. Alcuni statuti comunali prevedono che le dimissioni di massa debbano essere presentate e discusse in consiglio, alla presenza del segretario verbalizzante, proprio per consentire un ultimo tentativo di ricomposizione prima della certificazione definitiva della crisi. Dove questa previsione manca, andrebbe introdotta. Non per impedire la sfiducia — che resta un diritto della politica — ma per spostarla dallo studio notarile all’aula, dove la trasparenza del dissenso produce responsabilità pubblica, non solo efficacia giuridica.
Il decreto del Presidente della Repubblica arriva sempre troppo tardi perché fotografa un evento già consumato. La prevenzione, invece, si gioca nelle settimane che precedono quel momento: negli avvisi non raccolti, nei conflitti non mediati, nelle procedure di raffreddamento mai attivate. Non serve un notaio per fermare un consiglio comunale. Serve un sistema di allerta precoce, protocolli di gestione del dissenso e una cultura della mediazione che oggi, nella maggior parte degli enti locali, semplicemente non esiste. A San Severo, il notaio ha fatto il suo lavoro. La politica avrebbe dovuto fare il proprio prima di arrivare da lui.