Il decreto ministeriale introduce parametri misurabili per l’accesso ai concorsi, su proposta dell’ANVUR
Con la pubblicazione del decreto ministeriale del 24 luglio 2026 nella Gazzetta ufficiale, l’ammissione ai concorsi da professore non sarà più legata alla sola abilitazione nazionale, ma a requisiti di produttività scientifica stabiliti dall’ANVUR. Un cambiamento profondo che tocca migliaia di ricercatori e ridisegna la macchina del reclutamento universitario, ancorandola a parametri misurabili e a un disegno di riforma incubato già nel 2025.
Il decreto del 24 luglio: ecco cosa cambia
Il cuore del provvedimento è netto: d’ora in avanti l’ammissione alle procedure di chiamata dei professori di prima e di seconda fascia è condizionata al possesso di «specifici requisiti di produttività e di qualificazione scientifica» distinti per fascia. La novità sostanziale è che tali requisiti non sono più fissati in modo generico dalla legge, ma saranno individuati, per ciascun gruppo scientifico‑disciplinare, con un decreto del Ministro su proposta dell’ANVUR, sentito il CUN, da adottare entro novanta giorni dall’entrata in vigore della disposizione. In pratica, chi aspira a una cattedra dovrà dimostrare un livello di produzione scientifica che sarà tarato settore per settore dall’agenzia nazionale di valutazione, secondo criteri che promettono trasparenza e omogeneità.
Il meccanismo delle commissioni giudicatrici viene radicalmente ridisegnato per rafforzare l’imparzialità. Ogni commissione sarà composta da cinque professori appartenenti almeno alla fascia oggetto del concorso, nel rispetto del principio dell’equilibrio di genere e dei criteri di rotazione. Un componente sarà individuato direttamente dall’università che ha bandito la procedura; gli altri quattro saranno sorteggiati tra i professori esterni all’ateneo presenti in liste biennali pubblicate dal Ministero, distinte per gruppo scientifico‑disciplinare e separate per prima e seconda fascia. Il sorteggio da un elenco ministeriale sottrae spazio alle cooptazioni locali e uniforma il processo su scala nazionale.
Una piccola eccezione è riservata alla Libera Università di Bolzano: potrà coprire fino al 10 per cento dei posti di professore ordinario e associato in servizio al 31 dicembre 2025 mediante chiamata diretta di studiosi che abbiano ottenuto l’abilitazione alla docenza presso università dei Paesi dell’area linguistica tedesca, purché in possesso dei requisiti di produttività previsti dal nuovo articolo 16 della legge 240. Una finestra di integrazione con il sistema accademico germanofono che resta comunque ancorata ai medesimi standard di output scientifico.
Ma queste norme non nascono dal nulla: sono l’approdo di un percorso di riforma avviato nel 2025. Riandiamo alle radici per capire il disegno complessivo.
Dalla Legge 240 al modello europeo: il senso di una riforma
Le procedure annunciate oggi affondano le radici in un disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri il 19 maggio 2025 e presentato al Senato della Repubblica il 3 giugno 2025 con il numero 1518. Già in quella fase il Governo dichiarava l’intenzione di «superare i limiti della Legge 240» e di uniformare il sistema italiano agli standard dell’Unione Europea: un obiettivo che poneva fine, di fatto, all’architettura dell’Abilitazione Scientifica Nazionale introdotta proprio dalla legge 240 del 2010.
L’ASN era una procedura di valutazione non comparativa gestita dal Ministero attraverso Commissioni nazionali per ogni Settore concorsuale: un giudizio binario (abilitato/non abilitato) che, secondo molti osservatori, si era trasformato nel principale collo di bottiglia della carriera accademica. Il possesso dell’abilitazione, requisito necessario per partecipare ai concorsi presso i singoli atenei, veniva rilasciato sulla base di soglie quantitative e qualitative definite a livello nazionale, ma senza un reale ancoraggio alla produttività recente né alla capacità di innovazione. Ne derivavano liste di abilitati sovradimensionate, concorsi svuotati di significato selettivo e un disallineamento rispetto ai modelli europei – dove il reclutamento è tipicamente governato dalla domanda delle università e dalla valutazione diretta dei risultati scientifici ottenuti.
La riforma archivio l’ASN e la sostituisce con un sistema dinamico: i requisiti di produttività scientifica diventano il filtro d’accesso, aggiornabili nel tempo e differenziati per disciplina. L’ANVUR assume il ruolo di cabina di regia tecnica, mentre il sorteggio delle commissioni da elenchi ministeriali introduce un elemento di casualità controllata che riduce l’opacità delle scelte locali. Il disegno è chiaro: portare il reclutamento italiano su un binario di competitività simile a quello dei principali paesi UE, dove a un giovane ricercatore viene chiesto non di superare un esame abilitante una tantum, ma di costruire un profilo scientifico solido e misurabile in ogni fase del percorso.
Rimane una domanda: come dovranno muoversi concretamente gli atenei e i ricercatori per non farsi trovare impreparati?
Tre mosse per non perdere il passo
Dalle nuove regole emergono già alcuni comportamenti virtuosi che possono fare la differenza nella transizione. Primo: monitorare da subito le proposte che l’ANVUR formulerà entro i prossimi novanta giorni. Per chi sta preparando la propria carriera, conoscere in anticipo i parametri probabili – indicatori bibliometrici, numero e qualità delle pubblicazioni, capacità di attrarre fondi – significa potersi autovalutare e intervenire prima che il decreto attuativo diventi stringente.
Secondo: allineare la strategia di pubblicazione ai criteri di produttività che, verosimilmente, premieranno l’impatto scientifico misurabile, la collocazione editoriale riconosciuta a livello internazionale e la continuità della produzione nel tempo. In molti settori scientifico-disciplinari, l’ANVUR utilizzerà benchmark già diffusi nel contesto europeo; conviene quindi familiarizzare con tali metriche anziché attendere passivamente.
Terzo: gli atenei devono attrezzarsi per gestire la composizione delle commissioni con il nuovo sistema di sorteggio e per aggiornare i propri regolamenti interni. È una fase in cui la macchina amministrativa dovrà girare in sincrono con le scadenze ministeriali, pena il rischio di ritardi nei bandi.
La riforma non è un muro, ma un sentiero che porta a una valutazione più equa e allineata all’Europa: chi inizierà subito a misurare la propria produzione scientifica secondo i nuovi parametri avrà un vantaggio competitivo.